
Capitolo Cinque. Platone.

A. Koyr: il dialogo platonico

Alexandre Koyr (1892-1964), studioso francese particolarmente
interessato ai problemi della storia della scienza, era convinto
del carattere unitario del pensiero umano e dell'impossibilit di
separare il pensiero scientifico da quello filosofico e da quello
religioso. Nel 1944 pubblic un piccolo libro (Introduzione alla
lettura di Platone), nato - come scrive egli stesso -
dall'insegnamento. Spiegando Platone ho imparato a capirlo. Da
questo libro proponiamo alcune pagine dedicate all'analisi del
significato filosofico del dialogo platonico. Le considerazioni di
Koyr si riferiscono in particolare ai dialoghi cosiddetti
socratici, ma possono essere estese a tutta l'opera platonica, o
a gran parte di essa

A. Koyr, Introduzione alla lettura di Platone, I, 1.
.
 La perfezione formale dell'opera platonica  un luogo comune.
Tutti sanno che Platone  stato non soltanto un grande,
grandissimo filosofo. Unanimi i critici e gli storici esaltano il
suo incomparabile talento letterario, la ricchezza e la variet
del suo genio. Tutti riconoscono che i dialoghi di Platone sono
meravigliosi componimenti drammatici nei quali le idee e gli
uomini che le sostengono si misurano e si incontrano. Chiunque
leggendo un dialogo platonico si accorge che lo si potrebbe
recitare e mettere in scena. Tuttavia raramente si traggono da
questo fatto le necessarie conseguenze, che a noi sembrano avere
una importanza decisiva per l'intelligenza dell'opera platonica.
Tentiamo dunque di formularle pi brevemente e semplicemente
possibile.
I dialoghi, si  detto, sono opere drammatiche che potrebbero - e
che dovrebbero anche - venir rappresentate. Ora, un'opera
drammatica non si rappresenta in astratto, di fronte a scanni
vuoti, ma presuppone necessariamente un pubblico cui rivolgersi.
Cio il dramma - o la commedia - implica lo spettatore o pi
precisamente l'uditore. Non basta: nell'insieme della
rappresentazione drammatica lo spettatore-uditore ha una parte
importantissima. Il dramma non  uno spettacolo e il pubblico
che vi assiste non si comporta o almeno non dovrebbe comportarsi
come puro spettatore, deve collaborare con l'autore e
comprenderne le intenzioni, trarre le conseguenze dell'azione che
si svolge e coglierne il senso, immedesimarsi insomma. Tale
collaborazione  tanto maggiore e pi importante quanto pi
l'opera  perfetta e veramente drammatica. Sarebbe ben povera
infatti quell'opera teatrale nella quale l'autore salisse in
qualche modo sulla scena, commentasse e spiegasse se stesso. E
viceversa sarebbe ben meschino quel pubblico per il quale fossero
necessari tale spiegazione e tale commento ufficiali.
Ma, ripetiamo, il dialogo  opera drammatica. Il dialogo vero,
almeno, quello platonico, cio il dialogo genere letterario e non
semplice artificio dell'esposizione [...]. Ne consegue allora che
in ogni dialogo oltre ai due personaggi reali, visibili - i due
interlocutori che discutono - ve n' un terzo, invisibile ma
presente e altrettanto importante: il lettore-uditore. Ora si
badi: il lettore-uditore di Platone, cio il pubblico per il quale
la sua opera fu scritta, era un personaggio singolarmente
scaltrito, al corrente di molte cose che noi oggi purtroppo
ignoriamo e certamente ignoreremo sempre, un pubblico intelligente
in modo particolare e perspicace. Cos potevano venir comprese
molto meglio di quanto sia possibile oggi le allusioni sparse nei
dialoghi e quel pubblico non si ingannava sul valore degli
elementi che a noi possono sembrare accessori; ben valutava,
quindi, l'importanza delle dramatis personae, cio degli attori-
protagonisti dell'opera dialogata, e sapeva scoprire da se stesso
la soluzione socratica - o platonica - dei problemi che il dialogo
apparentemente lasciava irrisolti.
Apparentemente ... poich dalle semplicissime e anche banali
considerazioni che abbiamo fatto sulla struttura e sul senso del
dialogo, a noi sembra dover risultare che ogni dialogo comporta
una conclusione. Conclusione che indubbiamente non viene formulata
da Socrate, ma che il lettore-uditore ha il dovere ed  in grado
di formulare.
Noi temiamo che il lettore moderno non sia completamente
soddisfatto. Perch - potrebbe chiedere - tutte queste
complicazioni? Se Socrate possiede quella dottrina che Platone
pare perfettamente conoscere, perch invece di esporcela con
chiarezza e con semplicit ci mette in imbarazzo? Se poi gli si
obiettasse che la mancanza di una esplicita conclusione
costituisce l'essenza stessa del dialogo, senza dubbio
risponderebbe che nessuno costringeva Platone a scegliere questa
forma di esposizione particolarissima e che, come tutti gli altri,
Platone avrebbe potuto scrivere libri e spiegare le dottrine
socratiche in una forma comprensibile e accessibile a tutti i
lettori.
Anche qui il lettore moderno ha ragione e ha torto. Ha ragione di
ritenere che l'esposizione scelta da Platone non ha reso la
dottrina socratica facilmente comprensibile; ma ha torto di
pensare che Platone abbia voluto renderla tale. Al contrario, per
Platone ci non era possibile e neppure desiderabile.
Per Platone,  un fatto, la scienza vera, degna di questo nome,
non si apprende dai libri e non si impone dall'esterno all'anima,
la quale, invece, in se stessa e con il proprio travaglio
interiore l'attinge, la scopre, la crea. Le domande che Socrate -
cio colui che sa - pone, risvegliano, fecondano, indirizzano
l'anima (in ci consiste la celebre maieutica), ma  questa
tuttavia che, sola, deve dar loro risposta.
Tanto peggio per coloro che non hanno la capacit e che, dunque,
non comprendono il senso implicito del dialogo. In effetti Platone
non ha mai preteso che la scienza e a fortiori la filosofia siano
accessibili a tutti e che tutti siano in grado di filosofare, anzi
egli ha sempre insegnato il contrario. Proprio per questo le
difficolt inerenti al dialogo - incompiutezza ed esigenza di
sforzo personale da parte del lettore-uditore - non sono affatto
per Platone un difetto, bens un vantaggio, il pi grande
vantaggio del suo modo di esposizione, e gli forniscono la prova
che gli permette di separare quelli che comprendono dagli altri,
ben pi numerosi, che non lo capiscono

 (A. Koyr, Introduzione a Platone, Vallecchi, Firenze, 1973,
pagine 6-9)

